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Il caso The Rock Trading: il primo processo penale in Italia in materia di criptovalute

  • Immagine del redattore: DOTT.SSA DE ZORDO VERONICA
    DOTT.SSA DE ZORDO VERONICA
  • 30 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min
Aula del Tribunale di Milano durante la sentenza storica sul caso The Rock Trading: Guardia di Finanza, imputati e simboli delle criptovalute, primo processo penale italiano sul collasso di un exchange crypto

Il 22 ottobre 2025 si è concluso, con una sentenza di condanna a cinque anni di reclusione per ciascuno degli imputati, il primo processo penale in Italia riguardante il mondo delle criptovalute. Il procedimento ha visto coinvolti i fondatori e amministratori di The Rock Trading (TRT), Davide Barbieri e Andrea Medri, ritenuti responsabili del collasso del principale exchange italiano di criptoasset, società di origini maltesi ma con base operativa nel nostro Paese. La vicenda segna un momento di svolta nel panorama giuridico nazionale, rappresentando la prima applicazione organica delle norme penali e fallimentari a un operatore del settore fintech e crypto.

Il Tribunale di Milano, nella persona del Giudice per l’Udienza Preliminare Anna Calabi, ha riconosciuto la responsabilità degli imputati per bancarotta fraudolenta, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale e infedeltà patrimoniale. La bancarotta è stata quantificata in circa 66 milioni di euro, con oltre 18.000 investitori coinvolti, dei quali soltanto 250 ammessi come parti civili nel processo. L’indagine, coordinata dai Pubblici Ministeri Pasquale Addesso e Grazia Colacicco e condotta da due Nuclei distinti della Guardia di Finanza – quello di Polizia Economico-Finanziaria e quello di Polizia Valutaria – aveva già portato all’arresto dei due fondatori nel dicembre 2024.

La condanna, pronunciata all’esito di rito abbreviato, prevede per entrambi cinque anni di reclusione, l’interdizione dai pubblici uffici e dall’esercizio d’impresa, nonché il pagamento delle spese processuali. È stata altresì disposta una provvisionale complessiva di euro 14.330.000, oltre a risarcimenti esecutivi nei confronti delle due società del gruppo, Digital Rock Holding e The Rock Trading, rispettivamente per 330.000 euro e 14 milioni di euro. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.

La storia di The Rock Trading ha inizio come una delle più promettenti realtà italiane nel settore delle valute digitali: un operatore riconosciuto a livello internazionale, con contatti avanzati anche con primari istituti bancari. Fino al crack, la piattaforma gestiva un portafoglio di criptoasset composto da 32 differenti tipologie di token, tra cui Bitcoin ed Ethereum. Tuttavia, a partire dalla fine del 2022, gli utenti avevano iniziato a segnalare crescenti ritardi nei pagamenti, preludio al blocco dei prelievi disposto nel febbraio 2023 e al successivo collasso dell’intera infrastruttura finanziaria digitale. Da tale momento, si è innescata una vera e propria “fuga dai depositi”, culminata con oltre 700 denunce presentate dai clienti alla Guardia di Finanza.

L’inchiesta ha avuto sin dall’inizio un carattere transnazionale, con richieste di assistenza giudiziaria inoltrate a Stati Uniti, Svizzera, Lituania e Irlanda, volte a ricostruire i movimenti dei fondi e a individuare la localizzazione delle criptovalute sottratte. Nella fase successiva, la società è stata sottoposta a procedura di liquidazione giudiziale, istituto che, nel nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. n. 14/2019), ha sostituito il fallimento.

Sotto il profilo giuridico, la sentenza del Tribunale di Milano assume un rilievo fondamentale perché conferma la piena assimilabilità delle criptovalute a beni patrimoniali oggetto di protezione giuridica e di responsabilità penale. In particolare, la decisione ribadisce che gli obblighi di corretta amministrazione e trasparenza societaria – di cui agli artt. 2621 e seguenti del codice civile – si applicano anche alle imprese operanti nel mercato dei criptoasset, a prescindere dalla loro qualificazione formale o dalla natura tecnologica dei beni gestiti.

Ne discende una significativa estensione del principio di responsabilità degli amministratori, che rispondono penalmente e civilmente per la gestione fraudolenta o distrattiva delle risorse digitali affidate alla società. La condotta di occultamento, manipolazione o distrazione di wallet digitali integra pertanto, in presenza dei presupposti oggettivi e soggettivi, il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale ai sensi dell’art. 216 L.F., così come interpretato in senso evolutivo dalla giurisprudenza più recente.

Rilevante, inoltre, la prospettiva civilistica che si apre per gli investitori coinvolti. La stessa sentenza rinvia, infatti, alla definizione del danno economico in un separato procedimento civile, cui hanno già aderito alcune associazioni di tutela, tra cui il SITI – Sindacato Italiano di Tutela degli Investimenti. In questa fase, gli investitori danneggiati potranno far valere le proprie pretese risarcitorie nei confronti della società e dei suoi amministratori, sia in via individuale sia collettiva, anche in relazione alle previsioni degli artt. 2043 e 2059 c.c., nonché degli artt. 2393 e 2394 c.c. in materia di responsabilità verso la società e verso i creditori sociali.

È prevedibile che la vicenda The Rock Trading costituisca un punto di riferimento per la futura disciplina del settore cripto e per l’interpretazione delle regole contenute nel Regolamento (UE) 2023/1114 – MiCA (Markets in Crypto-Assets), che introduce un quadro normativo europeo volto a garantire maggiore trasparenza, tutela degli investitori e stabilità del mercato. In un contesto in cui le valute digitali assumono crescente rilevanza economica e sociale, la giurisprudenza italiana sembra orientarsi verso un approccio di equiparazione sostanziale tra criptoasset e strumenti finanziari tradizionali, in nome della tutela dell’affidamento dei risparmiatori.

Alla luce di quanto emerso, appare ora possibile per gli investitori valutare azioni in sede civile per il recupero delle somme perdute. Il nostro studio sta verificando la possibilità di promuovere un’azione collettiva volta a garantire tutela a chi ha subito perdite, riducendo al contempo i costi di accesso alla giustizia, normalmente elevati nel processo civile ordinario.

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